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Le grandi salite: il Col du Galibier

Il Col du Galibier è uno dei mostri sacri del Tour de France, un monumento del ciclismo.

  • LA STORIA

La sua storia ciclistica comincia agli albori delle prime grandi corse a tappe, nel 1911, quando i pionieri del Tour lo affrontarono con biciclette pesanti fino a 15 chili e senza cambio, percorrendo strade che erano poco più che mulattiere, sterrate e disastrate.

I primi in assoluto a transitare sulla sua cima furono Emile Georget, Paul Duboc e Gustave Garrigou, i soli a non smontare di bicicletta.

Da allora, il tracciato della strada è cambiato in più punti e l’asfalto l’ha resa liscia e scorrevole sotto le ruote di biciclette leggere e sofisticate, ma l’alone mitico di questa montagna è rimasto intatto, ravvivato da imprese altrettanto leggendarie.

  • MARCO PANTANI

Impossibile non ricordare l'impresa di Marco Pantani, che su questa salita pose il suo sigillo sul Tour de France del 1998.

Lo scalatore romagnolo fino a quel momento era a oltre tre minuti dalla maglia gialla, il tedesco Jan Ullrich. La tappa arrivava a Les Deux Alpes e quel giorno c’era un tempo da lupi: freddo, pioggia gelata e nevischio in quota. Sul tratto più duro del Galibier, a 6 chilometri dalla vetta, Pantani scatta, sotto un cielo buio e gravido di pioggia.

E lo fa al suo solito modo: mani basse sul manubrio e in piedi sui pedali, all’attacco, come se la salita fosse un unico, lunghissimo sprint. Pantani sembra volare e sulle rampe del Galibier riduce metro dopo metro i distacchi dai primi in classifica; quando scollina, ha 2’46” di vantaggio su Ullrich. Nella discesa verso il Lautaret si butta in picchiata come un pazzo per poi tornare a spingere furiosamente sulla salita finale. All’arrivo delle Deux Alpes taglia il traguardo trasfigurato dalla fatica, ma i minuti sul tedesco sono diventati 9 e il Tour ormai è suo.

  • PERCORSO A DUE FASI

L’ascesa completa del versante nord comincia a Saint Michel de Maurienne (quota 710), nell’omonima valle, e include il Col du Télégraphe. Misura in tutto 35 chilometri, compresa la discesa, poco meno di 5 chilometri, che dalla cima del Télégraphe porta fino a Valloire, da dove la strada riprende a salire verso il passo del Galibier.

L’intera ascesa è assai impegnativa: molto lunga e dura (soprattutto negli ultimi chilometri), supera un dislivello complessivo di oltre 2000 metri, per concludersi a quota 2645.

Il Col du Télégraphe già di per sé costituisce una salita di tutto rispetto; pur non essendo mai proibitiva richiede una certa cautela nell’affrontarla. Oltre alla lunghezza ragguardevole (sono poco meno di 12 chilometri) presenta una pendenza media già impegnativa, superiore al 7%; ma è soprattutto l’abbinamento con il Galibier a renderla più pericolosa di quanto l’altimetria potrebbe far credere sulla carta, perché dissipare incautamente le energie su queste prime rampe può compromettere l’intera salita.

  • IL COL DU TELEGRAPHE

Lasciato il centro di Saint Michel de Maurienne e dopo un breve attacco piuttosto tranquillo, la strada del Télégraphe propone quasi subito una parte piuttosto impegnativa, con pendenze costantemente intorno all’8% e oltre.


Un chilometro dopo la frazione di Les Seigneurs la strada spiana leggermente, mantenendosi sempre su pendenze di media durezza fino all’ottavo chilometro, dove concede maggiore respiro con una serie di tornanti ravvicinati che precedono il bivio per Valmeinier, dopo circa dieci chilometri di salita.

Non manca molto alla cima, ma nell’ultimo chilometro la strada riprende a salire, con pendenze che sfiorano il 10%, fino allo scollinamento a quota 1566 metri.

  • L'ASCESA AL GALIBIER

Dalla vetta del Télégraphe una breve discesa porta rapidamente nel piccolo centro di Valloire (1400 m), da dove inizia la scalata vera e propria del Col du Galibier.

Poco dopo aver superato il paese, il primo confronto con il gigante: una rampa di un chilometro all’8%, che lascia subito intendere quanto sarà dura, perché da Valloire alla vetta restano ancora più di 18 chilometri.

All’altezza della frazione di Les Verneys la salita è spezzata da un lungo falsopiano di tre chilometri, al termine del quale la strada riprende definitivamente a salire, sempre con pendenze tra il 7 e l’8%.

Tutta la prima parte dell’ascesa, circa dieci chilometri, è una lunghissima risalita della valle che, salvo poche curve, per il resto procede sempre dritta, completamente aperta e senza un filo d’ombra.

Giunti in vista di Plan Lachat (quota 1968), le pendenze diminuiscono per un breve tratto, offrendo l’ultima occasione per rifiatare prima degli ultimi otto chilometri impegnativi: inizia infatti la parte finale della salita, quella più dura, e da qui in poi le difficoltà sono destinate ad aumentare progressivamente, di pari passo con la stanchezza.

Subito dopo Plan Lachat un ampio tornante segna la fine del lungo rettilineo che risale la valle; lo sguardo intercetta in alto la sommità del gigante, di cui si intuisce, più che vedere, la presenza incombente; mentre quella che si vede benissimo è una sequenza impressionante di tornanti che si arrampicano sulla montagna.

La strada si inerpica in un paesaggio particolarmente austero, quasi desolato, se non fosse per i massicci imponenti, bellissimi, che insieme alle nubi fanno da sfondo all’ultima parte dell’ascesa, che si mostra qui in tutta la sua asprezza, tornante dopo tornante, fino all’ultima impennata finale, proprio sotto il passo.

Pur essendo severe, le pendenze non sono proibitive in assoluto, ma è la stanchezza accumulata nel corso dei chilometri precedenti a renderle in qualche modo micidiali, anche perché fino alla fine non c’è possibilità di recuperare e lo sforzo diventa sempre più estenuante.

A un chilometro dalla vetta s’incontra il tunnel che porta direttamente dall’altra parte, verso il Col du Lautaret, evitando di affrontare l’ultima rampa (ma le biciclette non possono transitarvi se sprovviste di luci). Continuando invece a salire, s’incontra l’ultima terribile impennata, con tre tornanti ravvicinati e assai ripidi: qui le pendenze diventano asfissianti. Finalmente, dopo l’ultimo tornante, s’intravede il cartello del passo, e si arriva a toccare la gobba rocciosa del gigante, assolutamente nuda.


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